Insegnami.

Silenzi ottusi, il risultato di un milione di sinonimi e grida che si accavallano arrampicandosi nella gola, in una gara a chi fa prima e chi vince è un eroe. Trovano un tappo di rabbia, però, d’orgoglio, di pentimento. E diventano silenzi.

Silenzi amici, quelli che regalano conferme, ché ce lo insegnano da sempre che amore e complicità si vedono dai silenzi che non devi riempire per forza.

E poi ci sono i silenzi inevitabili. Quelli che cancellano ogni abilità linguistica e resettano tutto, quelli che all’improvviso sei ancora in fasce, quando tutto quel bla bla intorno non aveva senso e la tua bocca serviva solo per stupirti.

Li conto sulle dita di una mano i miei, io che col mio culto osceno della parola voglio riempire ogni spazio vuoto, io che in una nuova lingua, se non ne capisco la letteratura, non oso esprimermi neanche per chiedere un caffè, io che nelle parole sono nata e morta infinite volte.

Oggi il mio silenzio era inevitabile. Oggi era una voragine che volevo riempire di colori e poesia, e a niente è valso cercare nella testa le parole che dovevo.
Oggi ho avuto il mio secondo silenzio importante con te.
Un silenzio importante fa di una relazione qualcosa di profondo.
Due silenzi ne fanno un legame per la vita.

La prima volta eravamo nella mia stanza, io indossavo solo una collana di parole scelte con cura e tu me l’hai strappata di dosso dicendomi ti amo tra i capelli.
E’ stato un silenzio bellissimo il tuo, mi hai detto poi. Nessuno me l’aveva detto mai. Nella stessa frase: silenzio e bellissimo. Tu hai il dono dell’inconsapevolezza, quando ti rigiri le parole tra le dita e le butti lì, senza pensarci. E io, che la parola giusta sono abituata a doverla cercare tra il fegato e i polmoni, restavo a guardarti.

Questa mattina è morto mio padre, mi hai detto stavolta.
E io vorrei solo avere il silenzio giusto per te, ora. Vorrei tanto averti chiesto di insegnarmelo prima, come si fanno i silenzi bellissimi.

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Il Crescimonio

Quando ero bambina avevo spesso dolori alle braccia e alle gambe. Alle ossa, insomma.
E papà mi diceva sorridendo: “tranquilla non è nulla, è che le ossa si stanno formando, devi crescere… è solo il Crescimonio!”

“[...] non importa quanto tu possa amare una persona: ti tirerai indietro quando il suo sangue ti scorre troppo vicino.”

Chuck Palahniuk, Invisible Monsters

Eppure amavo… oh Dio sa se amavo.

Ma quel che prima o poi tutti impariamo è che solo chi ami puo’ ferirti, perché generalmente è solo a chi si ama che si concede un certo potere, un’influenza tanto determinante.

Mi sono sporcata le vesti e le labbra del sangue di chi amo, ho tentato di coagularlo, l’ho bevuto anche, ma quando si è trattato di dovermi aprire le vene per mescolarci il mio ho posto un limite.
E lo stesso trattamento amorevolmente egoista (no, non necessariamente è un ossimoro) mi è stato riservato.

L’amarezza di questa presa di coscienza, dopo un po’, diventa solida radice: semplicemente sta lì, ti tiene in piedi, e allora non fa più male il Crescimonio.

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Apologia dell’orgasmo farlocco

Alzi la mano chi non ha mai finto un orgasmo.
Tutti necessitiamo di un tot di menzogne al dì. La donna in particolar modo: ella mente per salvarsi, per purificarsi, per autoflagellarsi, per impantanarsi. La donna mente perché è drama queen inside e se tutto è puro, tutto è vero e sincero, si annoia. La finzione di un orgasmo è qualcosa di potenzialmente molto lesivo nell’elementare concetto di virilità dell’uomo: Tu fingi? Io schifo.

La donna questo lo sa, e ogni tanto si concede il lusso di detenere questo potere. Normalmente, vivendola l’uomo come una catastrofe, la fanciulla tiene la cosa per sé, conscia di aver mentito. E di averne detta una talmente grossa nell’ottica di lui, che la dose settimanale di menzogne è soddisfatta da pochi secondi di sospiri e unghie piantate nella schiena.

L’uomo non ha questo privilegio. Ma anche lui, poveretto, ha il diritto di mentire. E che fa? Mente a casaccio. Per sport. Racconta di aver mangiato lamponi anziché mele verdi, di aver corso al parco anziché in spiaggia, di aver comprato un biglietto aereo anziché due, di aver sgozzato con sprezzo un topo anziché esser fuggito.

Se anche gli uomini potessero fingere l’orgasmo vivremmo tutti in un mondo più sincero.

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Voluptas

“«Non te la senti di scopare una che non sa leggere, – ha detto lei. – Vuoi lasciarmi perché non sono una persona normale e rispettabile che legge. Stai per dirmi: Impara a leggere o vattene». «No, – le ho detto, – ti scoperò con più gusto proprio perché non sai leggere». «Bene, – ha detto lei, – siamo intesi, allora. Io non lo faccio come le ragazze istruite e non voglio che con me tu lo faccia come con loro». «Ti scoperò – le ho detto – solo per quello che sei». «Così va bene», fa lei. A questo punto ridevamo tutt’e due. Faunia ha la risata della barista che tiene una mazza da baseball sotto il banco per ogni eventualità, perciò sbottava in quella sua risata, quella risata ringhiosa da persona che ne ha viste di tutti i colori – sai, la risata rauca e disinvolta della donna con un passato – e già mi stava sbottonando i pantaloni. Ma ci aveva preso, perché avevo proprio deciso di lasciarla. […] È finita. So bene che queste cose hanno un prezzo. So che non c’è assicurazione che tenga. So che la cosa che ti sta risanando può finire per ucciderti. So che tutti gli errori che può fare un uomo hanno di solito un acceleratore sessuale. Ma in questo momento non me ne importa nulla. Mi sveglio la mattina e per terra c’è un asciugamano, c’è un baby oil sul comodino. Come fanno queste cose a essere lì? […] Non rinuncerò a lei, Nathan. Ho cominciato a chiamarla Voluptas.”
Philip Roth, La macchia umana

Tra i paragrafi che più mi hanno squarciato nell’ultimo anno di letture.
L’ho dipinta, Voluptas. L’ho disegnata prima di conoscerne l’esistenza: aveva il volto e la costrizione di Valentina e la lascivia di Ginevra.
Porta la mia firma e non sapevo ancora che anche Roth l’aveva amata.

Questo, in fin dei conti, è un blog piccino picciò, e potrei raccontarvela, la storia di Voluptas, di come sono arrivata a lei oltre le colonne d’Ercole e gli enigmi della Sfinge, di come ha dato un nome ai giorni suoi ricamandomi gioielli tra i capelli.
Il mondo vomita scrittori in esubero perché soltanto la scrittura dona l’alibi della finzione letteraria:

Ho fatto l’amore con un uomo dell’età di mio padre.
Mi sono addormentata tra le cosce di Voluptas.
Ho camminato di notte per trentacinque chilometri per vedere l’alba sul mare.
Ho pescato un’orata su Saturno.

E no, non ve lo dico cosa sto facendo, non vi racconto di Voluptas, di come la mattina ritaglia i miei incubi e me li sparge sul cuscino, così che possa raccoglierli e bruciarli, o metterli in borsa e portarli con me al bar, mentre ridendo vi racconto di come il mio sandalo si sia rotto il primo giorno d’estate nel centro di Roma.
Non vi racconto di quando mi implorò di disegnarle fate di sangue tra le scapole, di quando mi guardava in silenzio e le gridavo di stare zitta con le mani sulle orecchie.
Disegno arabeschi con la lingua sul vetro freddo e ricompongo i frammenti onirici che tengo nella tasca interna della tracolla.

Non aveva ancora un nome. Ho cominciato a chiamarla Voluptas.

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Cronaca di un horror

L’arrendevolezza di ogni prima notte somiglia alla tana del Bianconiglio.
Dipingo le labbra di rosso e indosso per te le voglie di più porpora che ho, schermando le reticenze con nastro adesivo nero.
Esco a piedi, il familiare tic-toc dei miei tacchi anni ’50 a ricordarmi che sono sola per altri cento metri ancora. Che potrei girarmi e non trovarmi mai più. Far saltare il nostro appuntamento perché accidentalmente la mia carotide ha incontrato una lama più veloce delle tue unghie.
E invece sei lì, Marta, seduta sul muretto a dondolare i piedi scalzi, ché ancora non è tempo di sandali ma tu hai voluto osare e ora li abbandoni in una pozzanghera sorridendomi.
Camminiamo piano. Il Pigneto non è lontano e oggi è martedì, non abbiamo fretta. Mangi un dolce con mele, cannella e yogurth greco e io non so decidermi, non capisco se le mie gambe sono abbastanza forti per contenerti tutta, le mie viscere abbastanza pronte per accoglierti.
Quel cinema ha un nome per me. Tutti i cinema hanno un nome per me ma questo di più. Questo ha il suo ma io ci entro con te, ti prendo la mano e mi racconti le avventure acquatiche del dottor Zizou. Rido e prometto di vederlo, di recensirlo per te. E lo farò davvero, poi, ma ho già deciso che tu non lo saprai.
Di Caprio è sempre più bravo e no, non sono d’accordo, non è ingessato.
Quando usciamo sei perplessa, ti rigiri una ciocca di capelli rossi tra le dita e mi dici che devi pensarci un po’. Il mio entusiasmo non ti ha convinta, e allora ti dico che non c’è nulla di cui convincersi, nulla da capire. Ti dico che il film di Scorsese è un gran bel thriller.
Ordini due rum e sgrani gli occhi.
- E dov’è la paura?
- Un thriller non necessariamente deve spaventare – ti dico.
- Allora perché non un horror? Che differenza c’è? – e fai mulinare le dita attraverso le volute di fumo.
- Un horror è accelerazione pura. Un horror ti prende il cuore in una morsa improvvisa, arresta il respiro per effetto di rumori imprevisti e immagini violente, ma quando l’éscamotage ha fine, il battito torna regolare. Si basa sugli effetti speciali.
- Uhm, un po’ come l’amore.
Rido e finisco in un sorso il mio rum.
- No. Un po’ come l’innamoramento. L’horror è l’innamoramento, il thriller è l’amore. Il thriller si insinua lento e subdolo in ogni tua cellula. Ti confonde e ti circuisce appena. Ti alzi per andare in bagno ma è ancora lì, e quando la notte vai a dormire non smette di accompagnarti. Il thriller tesse la sua tela senza che tu te ne accorga e quando finisce ne vorresti ancora.

Non mi credi.

Finalmente trovi le chiavi. Mi sento come in un quadro di Mirò quando entro in casa tua. Mi sorridi, ti togli le scarpe e mi fai strada su per le scale a chiocciola. Mi gira la testa.
Sei bella, Marta. Sei una ballerina triste e io danzo con te, ma la malinconia del post- orgasmo non ci risparmia e io sono già via.
Mi vuoi con te questa notte e io ci resto. Ci resto perché non ho nient’altro da chiedere a me stessa e più di così non posso strapparmi la pelle.
Spegni la luce e ti sento mormorare una cantilena sconosciuta. Una ninna nanna salvifica. Quando ti interrompi bruscamente e trattieni il fiato so che sta arrivando.
- Quale dei due?
Stringo i pugni dandoti le spalle.
- Uno splendidto horror, Marta. Amo gli splatter, lo sai.

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Raccolta differenziata

- Dottore, qualcosa sopravvive. Lo sento muoversi la sera, quando bevo birra e mi racconto, quando mi canto appuntandomi sul petto i fallimenti della giornata. Si muove sottopelle, striscia piano. Come quei vermi geografici, quelli che ti entrano dai piedi senza bussare e disegnano fiumi e crateri tra le tue scapole, sulla pancia, sui polsi. Li conosce? No, non scriva adesso, non sto parlando di me. Un amico di mio padre me l’ha raccontato, gli è successo in Africa. L’hanno tagliuzzato tutto poi, perché il verme, sa, non si fa fottere facilmente. Il verme chissà dov’è. Gli aprono la nuca e lui si è già scavato un tunnel sotto l’ascella. Ed è lì che l’hanno trovato, dopo sette ore di bisturi, ago e filo: sotto l’ascella. Così il verme non c’è più ma tu guardi quest’uomo – l’amico di mio padre, dico – e puoi seguire con le dita un’autostrada cicatrizzata che adesso non ha più alcuna raison d’être. Credo che ne senta la mancanza, la sera – del verme, dico –.

– Lei cosa ne pensa?

– Di cosa, dottore? Del verme? Io penso che qualsiasi cosa si muova vada lasciata dov’è. Io ho il vetro negli occhi, sa? Già. No, non lo so com’è successo. Cioè sì. Un pomeriggio ero seduto sul terrazzo, qualcuno ha detto qualcosa e a me è esplosa una vetrata negli occhi. E adesso migliaia di schegge scricchiolano e graffiano, i colori non sono più gli stessi. Adesso ho più colori. Non voglio farmelo togliere – il vetro, dico –, ora non saprei più piangere senza. Quelli di Legambiente hanno detto che devo gettarlo, che deve finire nel cassonetto blu con le bottiglie di birra, se sono un bravo cittadino. Che bisogno c’è di essere un bravo cittadino, dottore, se non c’è qualcosa che sopravvive, che striscia accarezzando le ossa, qualcosa che mi rompe gli occhi e che non mi fa tornare indietro mai? Io non lo voglio – essere un cittadino modello, dico –. È così sbagliato, dottore?

– È presto per dirlo. Ne parleremo meglio la prossima settimana. Sono novanta euro.

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Un’ora avanti, questa notte. E io pure.

Io mi scordo le facce.
Ieri sera ero in cassa e nel trambusto della festa per la gente di Cartoonia (quella stessa gente che all’una di notte cantava la sigla di Lamù) una signora mi si avvicina con fare plastico e sorridendo grida: “Cara! Ti trovo in forma, come stai? E’ da molto che non vi sento, te e Claudia”. E’ successo a tutti: la scimmietta nella testa si domanda: chi cazzo sei? Ma a me di più. A me succede spesso. E la mia migliore amica si chiama Claudia. E’ plausibilissimo che questa donna abbia i suoi buoni motivi per approcciarmi con tanta confidenza.
Su tutti i denti che sfodero e nelle mie pupille evidentemente appare una serie di punti interrogativi colorati. E la sciura si accorge che qualcosa non va: “Non sei Laura?”
No, non sono Laura. Se mi chiamassi Laura porterei una camicetta bianca da educanda, un pantalone nero e un trucco acqua e sapone. Per me le Laure son brave ragazze. Credo.
E io non sono Laura.

Mi dimentico le facce, ma ricordo i compleanni. Di tutti. Ricordo il compleanno della mia migliore amica all’asilo, quello del fidanzatino delle medie e quello di mia zia, che non sento dal ’93.
Non mi frega delle date, non mi interessa festeggiare il Capodanno, Ferragosto, Pasquetta. Gli anniversari di coppia sono solo un modo di trattare l’amore a scadenza e svilirlo: Ehi! Abbiamo resistito ben due anni! Cin cin a noi!
Ma il compleanno, quando è il mio, ci tengo.
Quando qualcuno ti stupisce per il tuo compleanno è importante. Significa che ci ha pensato in anticipo, ha pensato a cosa potrebbe farti star bene, ha vagliato ipotesi, scartato idee e lo ha fatto con cura.
Quest’anno sono stata stupita, sì.

Penso allo scorso anno e c’ero io, c’era lui. C’erano tanti gradi sotto lo zero e un’aragosta di plastica. C’erano le bufere improvvise sui ponti di Stoccolma, la stanza d’albergo e c’era, più di tutto, la mia malinconia.
Lui c’era ma non c’era già, forse.

E l’anno precedente? Ancora la mia amata neve ma qualcosa nell’aria era rancido e lo sentivo. E stava per arrivare.

Ora c’è una vita capovolta; un’assenza forte che quel giorno, solo per quel giorno, è presenza tangibile; una bottiglia stappata a sorpresa a mezzanotte e due minuti da un boss adorabile e tatuato che ti porta a spasso per festeggiare; ci sono telefonate inattese, tante, e messaggi di persone lontane e vicine; ci sono amici che chiami famiglia perché regalano libri voluti da un’eternità e ci sono sorrisi che non vedi da anni e che ti chiedi come sia possibile non abbiano mai smesso di essere preziosi; ci sono inviti galanti che non sai se accetterai e ormoni che dopo un lungo letargo rendono la pelle luminosa; ci sono biscotti sbriciolati e cioccolata bianca da fondere; bicchieri che si svuotano e tu proponi bagni nella fonatana di Trevi, buchi neri in cui tutto finisce e il giorno dopo ti manca qualche pezzo e la testa fa male, sei seduta sulle scalette del locale, con una sigaretta e la voglia di tornare a letto ma no, devi lavorare.
E sorridi di qualcosa che non ricordavi più.

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Cerchietti rossi e candeline e io c’ero.

Fra un mese e due giorni sarà trascorso un anno.
Con largo anticipo, il primo vestito a maniche corte della stagione e le unghie smangiucchiate dalla tensione arrivavo in via de’ Serpenti. Avevo visto tante facce e letto tante bio nelle schede di presentazione dei partecipanti al corso. Non lo sapevo mica che per tre mesi non avremmo condiviso solo un’aula, ma le pene dell’inferno e tante altre cosine deliziose.
SettePerUno era un neonato e io non lo sapevo ancora, la sua mamma una figura un po’ timida con l’immancabile cerchietto rosso, che alle lezioni arrivava sempre trafelata nelle sue ballerine.
Poi tre nomi su una pennetta USB: il mio, il suo, un altro.
L’editoria compie un sacco di miracoli.

Comunque.
I mesi passano, il tepore diventa afa e le esercitazioni sfide mortali a colpi di esclusione: a chi tocca nun se ‘n grugna e chi sopravvive lo fa al prezzo di insonnia, gastrite e esaurimento nervoso.
Ma le giornate infinite in quel salotto tutto bianco e pieno di libri sono l’inizio di qualcosa. Si beve caffè (tanto), si fanno improbabili telefonate a editor rigorosi e un po’ antipatici, si tirano fuori idee, si fanno prove, si scrive, si revisiona, si leggono tutti gli articoli mai pubblicati su Susanna Tamaro, si leggono libri di cui ci si vergogna, si fa un sacco di gossip, si mangiano cornetti e ci si sbriga ad uscire, ché ci vogliono solo dieci minuti ad arrivare ma piazza Vittorio Emanuele in primavera è colorata e bellissima e avresti voglia di parlare con tutti gli indiani che vogliono venderti chincaglierie inutili, e con l’edicolante di fiducia che conta su di lei per pagarsi l’abbonamento a Premium calcio annuale.

Il corso, però, non è eterno e quando a giugno finisce tutto all’improvviso la vita sembra vuota. E ora la notte che faccio?
Trascorre l’estate, per me lenta e indolente, comincia un autunno pieno di cose che non arrivano e quando arrivano non soddisfano mai le aspettative.
Poi dicembre. E a dicembre ritrovo un sacco di cose nel piazzale davanti al Palazzo dei Congressi. C’è il cerchietto rosso, c’è M. che stavolta abbraccio in un modo diverso (l’ho letta, ecco cosa è cambiato), c’è S. che appiopppa “Cosa cucinare in barca a vela” a gente che di dicembre non sa che farsene.
Al petto ho appuntato un pass ufficiale per la fiera a destra e una Moo attaccata con una spilla da balia a sinistra.
Il primo dovrebbe rendermi orgogliosa e invece non mi esalta, il secondo lei me lo attacca al petto con una richiesta che, questa sì, mi riempie di orgoglio: ti voglio nella nostra redazione. Ci stai?

SettePerUno spegne la sua prima candelina e ieri c’era il vino, la gente (tanta gente), l’emozione, il vestito buono, la torta-capolavoro e le parole da salvare e quelle da buttare. C’erano le sue parole che non vogliono venire e che poi invece travolgono la sala e tutti ridono e tutti applaudono. Salgo sul palco anche io, sorrido, mi piglio con orgoglio l’aggettivo di cattivissima componente del comitato editoriale e scrivo questo articolo mentre ascolto la playlist energic sull’appena scoperta RadioMood e penso che mi sento parte di qualcosa come non capita nemmeno nelle migliori storie d’amore.

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Primavera

Oggi è Primavera.
Sì siamo ancora a febbraio ma l’odore della primavera a Roma anticipa sempre i tempi, grazie al cielo.
Il primo giorno dell’anno che sento odore di primavera apre le danze. Ieri è stata una giornata pessima, ma ti svegli dopo un lungo sonno, coadiuvato da due birre, alzi la tapparella e per la prima mattina dopo un lunghissimo, pietoso inverno, puoi tenere le finestre spalancate tutto il giorno! La scrivania è invasa di luce e tutti i piccoli progetti si svegliano dal letargo.
Via le cellule morte.
Una tregua al mio stomaco e a questi occhi gonfi, non ho intenzione di procurare alibi alla mia pelle per invecchiare precocemente.
Oggi ho voglia di mare, di gelato e di un figlio, di un vestito di raso leggero che faccia la ruota, di un rossetto più acceso del solito e di una sigaretta fumata coi capelli bagnati, ché l’influenza è scongiurata e Roma quant’è bella?
Voglio andar via, è vero. Voglio andar via.
Ma a Copenaghen o Londra il primo giorno di primavera non avrà mai lo stesso sapore.

Studio - Torso, effetti di luce

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L’affascino

Nella mia stanza c’è questa tela.
C’è questa grande tela che non ho toccato mai più.
Era agosto. Un agosto pieno di tempo che mi sembrava inutile. C’era una distanza da riempire e nessuno strumento per farlo. Accettare il tempo, non abbiamo mai saputo farlo. Insegue o scappa, e non lo cogli mai.
In quell’agosto la casa era vuota. Le luci di Roma spente. Un silenzio che non le appartiene. Un silenzio vivo di quelle attese che riempiono i polmoni e svuotano lo stomaco.
L’odore della trementina impari ad amarlo, ti entra sottopelle. Mi piaceva, quei giorni, addormentarmi senza lavarlo via.
Doveva essere un piccolo progetto che riempisse i puntini di sospensione e desse un colore a tutti quei chilometri. Divenne presto altro.

C’è una fitta boscaglia tinta d’inferno e un placido fiume freddo. Qualche arbusto con bacche rosse e ombre che giocano. E’ difficile fare le ombre. (come stai?)
Poi avrebbe dovuto esserci Ginevra. Avrebbe avuto un morbido abito da sposa, i capelli spettinati e un rivolo di sangue a colare dalla schiena nuda.
Desiati ci aveva messo del suo, in questa scena: Annalisa ha una maledizione incurabile di cui potrebbe esser figlia anche la mia Ginevra.
Ma io amo il rosso più del blu e del giallo. Così l’acqua del fiume lava via la morte della mia sposa anziché gonfiarla e sformarne il volto.

Quell’agosto finisce e la sposa ancora non si è fatta vedere.
La aspetto da tanto, non arriverà più.
Ieri notte il fiume si è mosso. Sembrano la sua furia, quei tagli sulla tela. E invece sono solo la mia.
Ginevra tornerà in altra veste, in altro luogo. Quelle acque non la aspettano più, devono fare altro.

Ora per questa tela c’è un altro posto, un altro senso.
Un senso sottopelle, come la trementina.

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