Silenzi ottusi, il risultato di un milione di sinonimi e grida che si accavallano arrampicandosi nella gola, in una gara a chi fa prima e chi vince è un eroe. Trovano un tappo di rabbia, però, d’orgoglio, di pentimento. E diventano silenzi.
Silenzi amici, quelli che regalano conferme, ché ce lo insegnano da sempre che amore e complicità si vedono dai silenzi che non devi riempire per forza.
E poi ci sono i silenzi inevitabili. Quelli che cancellano ogni abilità linguistica e resettano tutto, quelli che all’improvviso sei ancora in fasce, quando tutto quel bla bla intorno non aveva senso e la tua bocca serviva solo per stupirti.
Li conto sulle dita di una mano i miei, io che col mio culto osceno della parola voglio riempire ogni spazio vuoto, io che in una nuova lingua, se non ne capisco la letteratura, non oso esprimermi neanche per chiedere un caffè, io che nelle parole sono nata e morta infinite volte.
Oggi il mio silenzio era inevitabile. Oggi era una voragine che volevo riempire di colori e poesia, e a niente è valso cercare nella testa le parole che dovevo.
Oggi ho avuto il mio secondo silenzio importante con te.
Un silenzio importante fa di una relazione qualcosa di profondo.
Due silenzi ne fanno un legame per la vita.
La prima volta eravamo nella mia stanza, io indossavo solo una collana di parole scelte con cura e tu me l’hai strappata di dosso dicendomi ti amo tra i capelli.
E’ stato un silenzio bellissimo il tuo, mi hai detto poi. Nessuno me l’aveva detto mai. Nella stessa frase: silenzio e bellissimo. Tu hai il dono dell’inconsapevolezza, quando ti rigiri le parole tra le dita e le butti lì, senza pensarci. E io, che la parola giusta sono abituata a doverla cercare tra il fegato e i polmoni, restavo a guardarti.
Questa mattina è morto mio padre, mi hai detto stavolta.
E io vorrei solo avere il silenzio giusto per te, ora. Vorrei tanto averti chiesto di insegnarmelo prima, come si fanno i silenzi bellissimi.

