“«Non te la senti di scopare una che non sa leggere, – ha detto lei. – Vuoi lasciarmi perché non sono una persona normale e rispettabile che legge. Stai per dirmi: Impara a leggere o vattene». «No, – le ho detto, – ti scoperò con più gusto proprio perché non sai leggere». «Bene, – ha detto lei, – siamo intesi, allora. Io non lo faccio come le ragazze istruite e non voglio che con me tu lo faccia come con loro». «Ti scoperò – le ho detto – solo per quello che sei». «Così va bene», fa lei. A questo punto ridevamo tutt’e due. Faunia ha la risata della barista che tiene una mazza da baseball sotto il banco per ogni eventualità, perciò sbottava in quella sua risata, quella risata ringhiosa da persona che ne ha viste di tutti i colori – sai, la risata rauca e disinvolta della donna con un passato – e già mi stava sbottonando i pantaloni. Ma ci aveva preso, perché avevo proprio deciso di lasciarla. […] È finita. So bene che queste cose hanno un prezzo. So che non c’è assicurazione che tenga. So che la cosa che ti sta risanando può finire per ucciderti. So che tutti gli errori che può fare un uomo hanno di solito un acceleratore sessuale. Ma in questo momento non me ne importa nulla. Mi sveglio la mattina e per terra c’è un asciugamano, c’è un baby oil sul comodino. Come fanno queste cose a essere lì? […] Non rinuncerò a lei, Nathan. Ho cominciato a chiamarla Voluptas.”
Philip Roth, La macchia umana
Tra i paragrafi che più mi hanno squarciato nell’ultimo anno di letture.
L’ho dipinta, Voluptas. L’ho disegnata prima di conoscerne l’esistenza: aveva il volto e la costrizione di Valentina e la lascivia di Ginevra.
Porta la mia firma e non sapevo ancora che anche Roth l’aveva amata.
Questo, in fin dei conti, è un blog piccino picciò, e potrei raccontarvela, la storia di Voluptas, di come sono arrivata a lei oltre le colonne d’Ercole e gli enigmi della Sfinge, di come ha dato un nome ai giorni suoi ricamandomi gioielli tra i capelli.
Il mondo vomita scrittori in esubero perché soltanto la scrittura dona l’alibi della finzione letteraria:
Ho fatto l’amore con un uomo dell’età di mio padre.
Mi sono addormentata tra le cosce di Voluptas.
Ho camminato di notte per trentacinque chilometri per vedere l’alba sul mare.
Ho pescato un’orata su Saturno.
E no, non ve lo dico cosa sto facendo, non vi racconto di Voluptas, di come la mattina ritaglia i miei incubi e me li sparge sul cuscino, così che possa raccoglierli e bruciarli, o metterli in borsa e portarli con me al bar, mentre ridendo vi racconto di come il mio sandalo si sia rotto il primo giorno d’estate nel centro di Roma.
Non vi racconto di quando mi implorò di disegnarle fate di sangue tra le scapole, di quando mi guardava in silenzio e le gridavo di stare zitta con le mani sulle orecchie.
Disegno arabeschi con la lingua sul vetro freddo e ricompongo i frammenti onirici che tengo nella tasca interna della tracolla.
Non aveva ancora un nome. Ho cominciato a chiamarla Voluptas.
